– Disperato, lieto fine –

Lei, che ora indossa una rigida e dolorosa corazza, da bambina indossava un mantello. Già da piccola aveva in sé l’istinto di coprirsi il volto quando stava per piangere, o di chiudersi nella sua cameretta quando aveva paura, o semplicemente quando avvertiva un disagio. Quel mantello la copriva dal mondo ma non da sé stessa. Perché è così, quando si inizia a porre un filtro tra noi e tutto ciò che ci circonda, ci si “sdoppia” con il rischio poi di non ritrovarsi più, con la propria e vera personalità, con i propri sogni, con le proprie doti e capacità, con i propri sentimenti. Così, la sua vita ha iniziato a fondarsi su mancanze che mai la sua bocca urlava, su solitudini che mai le sue braccia agitavano. Il suo mondo non era come quello degli altri, gli altri seppur non immuni dai problemi della vita, non erano soli, o almeno questo lei vedeva. È così che ha iniziato ad infondare su sé stessa colpe e frustrazioni fino a sotterrare la sua autostima. Ha iniziato a credere in una normalità fatta di dolore, ha iniziato a percorrere una strada con il solo motivo di evitarne un’altra più dolorosa. Evitava il peggio, percorrendo una sofferenza minore. Quel benedetto mantello le faceva da telo quando era stanca, per coricarsi sui sassi, da scudo per proteggersi dai lupi quando volevano inghiottirla, da fazzoletto per asciugarsi le lacrime quando la disperazione sopraggiungeva. Era lei che faceva compagnia a sé stessa. E poi, il tempo passa, gli sbagli subiti e quelli cercati, lei, ora donna, si ritrova nel medesimo punto, solo un po’ cresciutella. Tanto da sembrare immatura, capricciosa, come se fosse lei stessa a volerlo, il suo stato. Se il bisogno di avere vicino la persona che si ama o se il desiderio di avere alle spalle una famiglia che ti faccia da terreno soffice per le tue cadute, sono indice di immaturità o capricci, allora lei lo è, sì. Ad ogni modo, il punto non è questo. Si può sempre migliorare il proprio carattere. Ma il suo dolore, quello interiore, chi può giudicarlo?

Quel mantello che da piccola avrebbe dovuto farla sognare di essere una eroina le era servito esclusivamente a proteggersi. Ed ora, lacerato, è diventato velo, un velo che prende fuoco ogni qualvolta rivive una parola, un gesto, una situazione, che la riporta indietro con il tempo. E fa fumo, tanto da annebbiare persino il buono che si cela nel profondo. Ecco, bisognerebbe scavare nel profondo, perché non tutto il nero apparente viene da una radice oramai marcia, non tutte le lacrime sono amare, se ne nasconde qualcuna ogni tanto che al palato è dolce, basta volerla cercare. Troppe volte ci si sofferma in superficie, talvolta per la paura di ciò che potremo vedere, altre per disinteresse, altre ancora per mancanza di tempo. A proposito di tempo, lei non sa minimamente cosa voglia dire. Glielo hanno rubato, anche se a tutt’oggi cerca di rincorrerlo, cercando di riempirlo in tutti i suoi vuoti. Questo è il dramma nel dramma. Un vuoto dentro in un tempo vuoto. Questo è ciò che poi la porta a reazioni, a quanto si dice, incomprensibili. È vero, vive dei suoi momenti, a tratti sono rosei, vuoi per la sua così detta “forza” che poi muta sempre magicamente in una pragmatica debolezza agli occhi altrui, vuoi per quell’amore che, chissà per quale motivo, la guarda negli occhi ricordandole che chi ha generato una vita non può pensare di interrompere la sua né di non viverla con la giusta considerazione per la stessa. A tratti invece sono grigi, ed anche se lei il grigio lo ama profondamente non ama altresì il grigio nel cuore. Il cuore dovrebbe essere rosso, vivo, una macchina che pompa veloce, ripiena di ossigeno, vivace. Il suo cuore, spesso giudicato, non colto nel suo autentico aspetto, viene da un ieri fatto da svariate percosse. Con tutta la sua buona voglia di amare non può essere perfetto e mai lo sarà. Le incisioni possono essere ricucite ma le cicatrici saranno sempre lì a ricordare ciò che è stato o ciò che mai sarà. Eppure, nonostante le sue mani siano letteralmente nere a furia di trascinarsi a terra, si trova per l’ennesima volta a dover alzarsi, da sola, facendo passi che sanno solo di urla, al posto di essere raccolta lì dov’è. Poi succede che le urla stancano, giustamente, e diventano nocive. Un sovraccarico di difficoltà che sembra alimentarsi al posto di spegnersi. Cosa può fare lei?. Chiudersi in un silenzio tombale forse, verrebbe giudicato anch’esso e non porterebbe di certo a ricevere amore, anzi, ancora più distanza. Ecco che lei impazzisce sui suoi stessi pensieri, sul come fare per poter essere anche solo per una volta presa e cullata, potendo piangere senza veli e senza doversi giustificare, potendo essere se stessa posando il volto su quelle mani che vogliono solo accarezzarla. Perché anche quando si sbaglia, non sempre la soluzione giusta per crescere è ricevere uno schiaffo, la delicatezza di una carezza può fare molto di più, la parola dolce non porterà mai ad un risultato funesto. E si posa lei, ora, non può alzarsi da sola, ora, attende. Attende quei passi che lei non vuole più fare da sola. Attende quelle parole che lei riesce malapena a sospirare. Perché lei, vuole stare bene, per farlo, è necessaria una presa in braccio, togliendo tutto il resto, vivendo del suo bene curando così il suo male. E basta. Basta l’amore. Sono ultime sue parole che portano la speranza di un lieto fine. Perché le forze cedono ed ha solo il bisogno di rinascere, sempre con chi ha saputo farla felice, dopo anni di colpi alle ginocchia. Solo, un disperato lieto fine. Non è possibile? Non lo è?. Se si ama lo sarà.

@ElyGioia

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